La figlia di tre anni del caporal maggiore condannato all’ergastolo per l’omicidio della moglie vive “divisa” tra le famiglie dei suoi due genitori, che sono in conflitto fin dal giorno della tragedia. dice Gennaro Rea, il padre di Melania Rea: «Anche se mia figlia ha avuto finalmente giustizia, ora che suo marito Salvatore Parolisi è stato condannato al carcere a vita per averla uccisa, io e i miei familiari non possiamo essere contenti. Abbiamo il cuore straziato per la nostra nipotina Vittoria, la bambina di Melania e di Salvatore: ha già perduto la mamma, e ora perde anche il papà». Mi dice Rocco Parolisi, il fratello maggiore di Salvatore, da sempre convinto della sua innocenza: «La condanna di mio fratello ha gettato la mia famiglia nello sconforto. Ma facciamo sforzi sovrumani per nascondere il nostro dolore alla bambina di Salvatore: vive già una situazione difficile e non vogliamo turbarla ancora di più». Nelle parole di questi due uomini, che da un anno e mezzo combattono su due fronti opposti, traspare, in tutta la sua drammaticità, il retroscena più doloroso e delicato di quello che è stato chiamato “il giallo di Melania Rea”: il destino della piccola Vittoria, la figlia di Melania e di suo marito Salvatore Parolisi, una bambina che ha compiuto tre anni il 16 ottobre scorso. Vittoria, che porta lo stesso nome di battesimo di entrambe le sue nonne, aveva solo un anno e mezzo quando ha perduto la sua mamma, uccisa a coltellate nella pineta di Ripe di Civitella, nel Teramano, il 18 aprile 2011. Aveva un anno e nove mesi quando ha smesso di vedere il suo papà, accusato del delitto e rinchiuso nel carcere di Castrogno, a Teramo. E, anche se lei ancora non lo sa, nei giorni scorsi è accaduta una cosa che allontana il suo papà da lei ancora di più: il giudice Marina Tommolini, alla fine del processo di primo grado, ha giudicato Salvatore Parolisi colpevole di “omicidio volontario pluriaggravato” e “vilipendio di cadavere” e lo ha condannato all’ergastolo. Se la sentenza sarà confermata nei prossimi gradi di giudizio, la piccola si ritroverà, di fatto, orfana. E, quando sarà cresciuta e chiederà ai parenti che cosa ne è stato di quei genitori giovani e belli che sorridono tenendola in braccio nelle foto dell’album di famiglia, finirà per scoprire la verità più atroce: la mamma è stata uccisa dal papà, e lui per questo deve passare il resto della sua vita in prigione. Per questo, la bambina è, in un certo senso, un’altra vittima del delitto. Una vittima innocente come la sua mamma. Da quando il delitto ha distrutto la sua vera famiglia, Vittoria vive una vita divisa tra due case e due famiglie, entrambe nel Napoletano, a venticinque chilometri di distanza: la famiglia della mamma, a Somma Vesuviana, e la famiglia del papà, a Frattamaggiore. È con la prima che lei passa quasi tutta la settimana, perché i nonni materni, Gennaio e Vittoria, sono stati nominati suoi tutori. «Quando io e mia moglie guardiamo Vittoria», mi confida Gennaro Rea «ci sembra di vedere Melania bambina. Abbiamo la sensazione che nostra figlia non se ne sia andata del tutto. E questa è la nostra unica consolazione». Quando è da nonno Gennaro e nonna Vittoria, la bambina gioca in giardino con i suoi cuginetti e va a una scuola materna nelle vicinanze, dove le maestre la descrivono così: «Una bambina matura per la sua età, come se il distacco dai suoi genitori l’avesse fatta crescere più in fretta». E passa molto tempo con zio Michele, il fratello di Melania, e con zia Nina, sua moglie: una coppia giovane, come i suoi genitori.

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