PER LA DIFESA MANCA IL MOVENTE E L’ARMA Salvatore Paralisi era sicurissimo dell’assoluzione, anche se i suoi difensori, Walter Biscotti e Nicodemo Gentile, lo avevano preparato alla eventualità della condanna. Gli avevano spiegato che, pur essendo un processo indiziarlo, il giudice Marina Tommolini aveva elementi sia per condannare che per assolvere e gli avevano ricordato che durante le indagini aveva aggravato la sua posizione raccontando troppe e inutili bugie. Ha pianto tutta notte il caporalmaggiore dell’Esercito nel carcere di Castronno subito dopo la sentenza, ma II giorno dopo ha ritrovato un minimo di serenità quando i suoi difensori sono andati a trovarlo e gli hanno spiegato che il processo d’Appello, nella primavera del 2013, sarà un’altra cosa. Perché? «Perché a giudicare cl sarà una Intera Corte con sei giudici popolari», ricorda Walter Biscotti, «e non potrà non tener conto che in questo omicidio mancano due prove fondamentali: l’arma e il movente. Perché mai Parolisi avrebbe dovuto assassinare la moglie? Perché aveva una relazione sentimentale con un’altra donna? Ma non c’è un solo indizio che Salvatore avesse intenzione di chiedere la separazione. Davanti alla Corte d’Assise d’Appello avremo la possibilità di dimostrare che non esiste una sola prova contro Salvatore. Solo labili indizi. Sul luogo del delitto e sul corpo di Melania non è stata trovata una sola traccia lasciata dal marito. Anzi, Melania custodiva I profili genetici di un uomo e di una donna che non sono mai stati identificati e sul terreno sono stati scoperti i solchi lasciati da pneumatici che non sono quelli dell’auto di Parolisi. Eppure è stato un omicidio cruento, durante il quale l’assassino ha sferrato 35 coltellate. Impossibile che non abbia lasciato tracce durante l’aggressione. Inoltre il sangue della vittima avrà sicuramente imbrattato i vestiti del killer. Su quelli di Salvatore Parolisi invece non è stata trovata una sola traccia ematica. C’è una traccia di sangue su una gamba di Melania, ma è stata lasciata certamente dal polsino dì una camicia con zigrinature. Salvatore quel 18 aprile indossava una maglietta a maniche corte. Quindi, non l’ha lasciata lui». «E poi», prosegue l’avvocato Biscotti, «non si può accogliere la nostra richiesta di una superperizia e non tener conto dei risultati. L’anatomopatologo Gian Luca Bruno e la genetista Sarah Gino hanno detto chiaramente che l’ora della morte è impossìbile da stabilire, mentre il perito dell’accusa l’aveva collocata fra le 14.30 e le 15.15, proprio nei 45 minuti in cui Salvatore non è stato visto da nessuno per cui non ha un alibi. I periti hanno detto solo che la morte di Melania è avvenuta sicuramente il 18 aprile«. È stata sconfessata anche l’ipotesi che quella traccia del Dna di Paralisi trovata sulla bocca di Melania sia stata lasciata dal marito poco prima dell’omicidio. «Certo®, dice Biscotti, «la genetista Sarah Gino ha spiegato che nulla può essere detto circa natura, modalità e tempo di deposizione della traccia biologica scoperta sulle labbra della donna. Così è caduta sia l’ipotesi accusatoria del bacio della morte dato dal marito un attimo prima di aggredire la moglie, sia quello di una mano stretta attorno alla bocca per impedire a Melania di urlare. Con tutti questi elementi a favore non si può condannare un imputato«.