Dopo aver fatto i conti con i morsi della fame (ahah) e aver affrontato la fattoria degli orrori nella puntata precedente, i sopravvissuti dell’avventura di The Walking Dead sono costretti ad abbandonare il motel in cui avevano temporaneamente trovato riparo: senza rovinare la trama a nessuno, vi basti sapere che la fuga non è stata provocata dagli zombi, ma da qualcuno che nel gruppo stava cercando di giocare sporco. A ricordarci, ancora una volta, che i peggiori mostri non sono i morti che camminano… La rocambolesca corsa con il camper si conclude dinnanzi a un passaggio a livello, dove staziona un treno merci apparentemente guasto, che i nostri eroi dovranno a tutti i costi far ripartire prima di essere raggiunti e travolti da un’orda di morti viventi. ZOMBI E LE STORIE TESE Come nelle altre puntate, il gioco di Telltale continua a rimanere più un lungo film interattivo che un’avventura vera e propria: non mancano enigmi e puzzle, ma l’intera esperienza si basa soprattutto sull’ottimo lavoro svolto dagli sceneggiatori sulla trama e sulle relazioni tra i personaggi, sempre più sfaccettati e complessi. La situazione nel gruppo è più tesa di come l’avevamo lasciata un mese fa, con alcuni sopravvissuti ormai ai ferri corti. Giunge finalmente anche per Lee il momento di raccontare il proprio passato; o meglio, di decidere se rivelarlo anche agli altri compagni di viaggio, scegliendo quali rendere partecipi del suo segreto: ognuno di loro reagirà in maniera diversa, e questo influenzerà il suo rapporto con lui. Per quanto intrinsecamente poco “ludica'” la peculiare struttura del gioco continua a funzionare, così come la sua capacità di coinvolgere e di trascinare all’interno di un mondo andato a rotoli, dove la vita di una persona è decisa da un morso di troppo o dalle reazioni a caldo di chi gli sta attorno. Ci sono, fin dall’inizio, scelte da compiere che rappresentano per alcuni la differenza tra la vita e la morte: queste decisioni, più che nella prima puntata, più che nella seconda, si basano sugli eventi appena accaduti, sui legami stretti con gli altri sopravvissuti, ma più di tutto si giocano sull’emozione del momento, sono spinte dai nostri sentimenti, dalla rabbia, dalla compassione, non dal freddo calcolo di un giocatore che cerca di ottenere il miglior punteggio. The Walking Dead coinvolge, rapisce, costringe a mettersi in gioco prima di tutto con se stessi e le proprie paure, e pazienza se i modelli treddì dei personaggi sono poco definiti o se le animazioni sono legnose e poco curate. INDIETRO NON SI TORNA Lodevole, anche se non particolarmente brillante, il tentativo di introdurre alcuni elementi di gameplay che vanno oltre i semplici Quick Time Event, comunque presenti, come le sparatorie o la (quasi) parossistica sequenza iniziale, in cui sembra di fare a gara a chi preme più rapidamente i pulsanti del pad, ma che non rivoluzionano più di tanto una struttura fatta soprattutto di esplorazione, dialoghi e scelte. Alcune decisioni finiranno per scatenare una serie di eventi del tutto inaspettata, che a posteriori vorremmo aver evitato, e per più di qualche istante vi troverete come me a fissare lo schermo del monitor, con il gioco in pausa, pensando “… e se avessi risposto diversamente? Lui (o lei) sarebbe ancora vivo(a)? Cosa sarebbe successo?”. Verrebbe voglia di tornare indietro, rifare tutto, cambiare decisione, e volendo lo si può anche fare, perché in fondo è un videogioco, ma la vita non è forse diversa? E così si decide di non ricaricare la partita, di non ripetere la medesima sequenza solo per cambiarla in “meglio”, perché ci si trova talmente coinvolti che, anche se certamente abbiamo sbagliato a reagire in quel modo, in fondo è giusto così. Occorre accettare di dover vivere con le conseguenze delle proprie scelte, piacciano o non piacciano. Non si può tornare indietro, e quel che rimane è solo il pensiero di ciò che ci aspetta dopo, alla lunga strada che ci si spiana davanti. Il titolo di questo episodio è senza dubbio il più azzeccato.

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