Sì, è un nove. Ma visto che oggi non avevo proprio alcuna voglia di timbrare questa recensione con un voto, direi che possiamo tutti continuare a leggere questa pagina mettendo un comodo pollicione sopra a quel fastidioso numeretto. E ora guardiamoci in faccia. Possiamo parlare di PES senza citare FIFA, o evitare di fare il contrario? Ci piacerebbe, ma ci ritroveremmo nudi in mezzo a una piazza a pretendere che gli altri non ci notino. E la colpa è di quella sciocca sindrome da ultra che ha investito i fan delle due serie calcistiche, e che sta assumendo sempre più la curiosa connotazione di due estranei che si scambiano un’occhiata in palestra per vedere eh ha i bicipiti più turgidi. Nessuno dei due ammetterà che, al di là della fiera virilità e degli sguard fugaci e imbarazzati, probabilmente quei pezzi di carne sono davvero uguali. Continueranno solo a guardarseli compiaciuti, ma dubbiosi. Già, perché quello cui nessuno fa più caso nelle palestre è che, dimensioni a parte quei due muscolacci staranno semplicemente tentando di svolgere la stessa funzione: quella percui sono stati ideati. E allora vediamo, di cosa può andar fiero nel 2012 chi sui bicipiti di famiglia deciderà di sfoggiare il logo Konami? Probabilmente di un gameplay infarcito di paro lo ni altisonanti co me Fu II Control tanto fluidificato quanto ancora poco più netto, spigoloso e prevedibile di quello della concorrenza. Di una visuale più polverosa, granulosa, dalle luci abbacinanti e dalle tinte poco sature. Dei Club Dogo e di MichelTeló. Di portieri ancora un po’ assonnati e in grado di lanciare la palla con curiose palombelle. Di un simulatore che, rispetto agli anni passati, sembra aver lasciato finalmente il piede dall’acceleratore, riconoscendo ai giocatori virtuali un po’ più di umanità. Di quegli ingombranti nomi sopra la testa di tutti. Di quei meravigliosi con trolli manuali ben piantati nel controller, che tolgono a Iniesta il peso di essere sempre impeccabile e lasciare a noi tutta la soddisfazione di far passare quel filtrante proprio lì dove lo volevamo. Della possibilità di controllare i giocatori senza palla, o di indirizzare un calcio piazzato proprio lì, senza mirare a caso, sul testone di Piqué. Di non avere più la modalità campionato. Di consolarsi continuando a passare le giornate sulla Master, comprando equipaggiamenti di sorta o vincendo scarpini da poteri magici. Di sentirsi amatoriali non riconosciuti, vecchia scuola, periferici. Di conoscere a memoria ogn angolo del Bristol Mary Stadium o colori del Ganzoraccio. Di non stancars mai dell’inno della Champions League dell’inno alla gioia di Beethoven e dei brividi lungo la schiena. Sapete cosa? Comunque vada quest’anno c’è davvero da andare fieri di un bel paio di bicipiti griffati Konami.

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