Un anno dalla scomparsa di Steve Jobs, prendendo a prestito dieci termini chiave dei comandi Macintosh, abbiamo provato a ricostruire il sistema operativo della personalità più carismatica, seducente e contraddittoria della storia dell’informatica moderna. Così come emerge anche da L’intervista perduta. 1. INIZIALIZZARE IL DISCO «Uhm, quando ho messo mano sul mio primo computer avevo dieci o undici anni. È dura ricordarmi di quei tempi perché sono un vecchio fossile ormai». A 40 anni, l’età in cui in Italia, quando va bene, ti danno del «ragazzo promettente», l’intervistato Jobs si definisce un matusa. Nella Silicon Valley non è un vezzo. I computer per lui sono l’evoluzione elettronica del meccano. Non ha i soldi per il terminale, così decide di costruirselo da solo. Sull’elenco telefonico cerca la H di Bill Hewlett, metà della leggendaria coppia Hewlett Packard. Gli risponde direttamente lui, sta ad ascoltarlo per venti minuti e gli offre pure un lavoro estivo. Esperienza formativa da vari punti di vista. Non ultimo il tripudio di ciambelle e caffè offerte ogni mattina, sineddoche di come «quell’azienda trattasse bene i propri dipendenti». Più tardi, quando lui diventerà capo, alla Apple impazzerà una leggenda nera. Di programmatori che evitano l’ascensore per paura di incrociarlo dopo che alcuni erano stati licenziati al termine della salita per non aver fatto bella figura di fronte alle sue domande. 2. CREA ALIAS L’incontro con Steve Wozniak, di cinque anni più grande, risale al ‘71. Una celebrità dell’epoca è John Draper, detto Captain Crunch. Lo chiamano così perché ha scoperto che le frequenze di un fischietto, che regalano con l’omonima marca di cereali, come effetto collaterale spalancano le porte della rete telefonica. Chiamate gratis per tutti. I due Steve perfezionano il concetto producendo macchinette con la stessa funzione. Le testano con un’intercontinentale al Vaticano. Wozniak finge di essere Henry Kissinger e chiede di parlare con il Papa. Ricordando quei giorni Jobs dice: «Eravamo giovani e, anche senza sapere un granché, potevamo costruire una piccola cosa in grado di controllarne una gigantesca. Una lezione incredibile ». Solo una dozzina di anni dopo se la sarebbe dimenticata dichiarando guerra a colpi di carta bollata contro un tredicenne che, con il suo blog di indiscrezioni hi-tech, ammosciava il climax degli scenografici annunci dei nuovi prodotti. 3. VISTA (COME ICONE) La fedeltà a cui non è mai venuto meno è quella nei confronti dell’estetica. Il suo atteggiamento è un upgrade dell’omerico kalos kai agathos, «bello quindi anche buono». Non esiste per Jobs un criterio di verità più efficace. Per lui i computer Apple devono essere «brillanti, puri, sinceri». Negli occhi ha ancora l’insegnamento della Bauhaus, funzionalità e verità. Oltre all’esempio della Braun, riassunta dal designer Dieter Rams nel precetto weniger aber besser, meno ma meglio. Il gioco era e resta togliere tutto il superfluo, per arrivare all’es senza. L’esempio più luminoso viene forse dall’iPod, per il quale chiede di abolire anche i bottoni e sostituirli con una ruota. Per questo non può neppure guardare la grafica Windows. Dice: «Il solo problema con Microsoft è che non hanno gusto, proprio per niente, zero». 4. AGGIORNAMENTO SOFTWARE Per Jobs il meglio non è nemico del bene. Anzi, è l’unico amico che si deve avere, per cui vale la pena vivere. Si è scritto del suo peculiare sincretismo che, nelle parole di Evgeny Morozov, lo faceva essere «un convinto vegetariano e un agguerrito buddista». L’unica sua vera ideologia è quella del don’t settle. «Mai mettersi troppo comodi». Come Beckett, che scriveva in francese per la stessa ossessione auto-pedagogica. Non è solo una furia giovanile. La ripete nel 2005 alle matricole di Stanford, nel discorso che lo renderà famoso anche come retore: «Dovete trovare quel che amate. E questo vale sia per il vostro lavoro che per i vostri affetti. Il vostro lavoro riempirà una buona parte della vostra vita, e l’unico modo per essere realmente soddisfatti è fare quello che riterrete un buon lavoro. E l’unico modo per fare un buon lavoro è amare quello che fate. Se ancora non l’avete trovato, continuate a cercare. Non accontentatevi». 5. SPOSTA NEL CESTINO C’è un nucleo di verità inaggirabile in quest’affermazione. Ma anche il seme di una nevrosi. L’intervistatore Cringely ha raccolto un po’ di pareri da gente che ha lavorato con lui: non ce n’è uno che descriva l’esperienza come una passeggiata di salute. Osa domandargli: «Cosa intende quando dice a qualcuno che il suo lavoro è merda?». «In genere che ha fatto un lavoro di merda ». Nella monumentale biografia di Walter Isaacson si rinvengono alcune schegge di questa incontentabilità. Come quando, incuriosito da un coltello trovato in un negozio di cucina, lo rimette a posto inorridito dopo essersi accorto di una goccia di colla inopinatamente esondata tra manico e lama. Oppure quando poteva giudicare due avocado, colti dallo stesso ramo, uno il più gustoso del mondo e l’altro assolutamente incommestibile. Per finire con una sentenza impietosa su Barack Obama: «Ha problemi di leadership perché è riluttante a offendere o fare arrabbiare le persone. Un problema che io non ho mai avuto». 6. STOP Ne ha avuti altri, tuttavia. Il Macintosh, nell’84, è la sua creatura prediletta. Tutti ne parlano. È il computer for the rest of us, quello adatto a chi tende a «pensare diversamente» e a non farsi intruppare nel conformismo dei calcolatori visti sin lì. È un prodotto così marziano che il suo spot, firmato da Ridley Scott, è il primo a vincere al Festival di Cannes. Si scrive tecnologia, si legge arte. Ma l’innovazione è una cosa, la capacità di organizzare un’azienda tutt’altra. Dunque assume un manager vero, che viene dalla Pepsi Cola. E dopo un po’ lo rimuove dalla guida della squadra Macintosh. È il 1985 e sullo schermo della sua vita appare la scritta «Fine primo tempo». 7.NUOVA CARTELLA Con sette milioni di dollari fonda la NeXT, per realizzare i migliori computer che si potessero immaginare. L’anno dopo compra anche la divisione grafica della Lucasfilm, la casa di produzione di Guerre stellari, e la ribattezza Pixar. Passano dieci anni. Nel 1995, tecnologicamente parlando, succede quasi tutto. Netscape, Amazon, eBay, Cnn va online e anche la Santa Sede. Nicholas Negroponte scrive in Essere digitali che «L’informatica non si occupa più di computer, ma della vita». Jobs concorda: «Il web è incredibilmente eccitante perché è la realizzazione di molti dei nostri sogni per cui il computer alla fine non sarà uno strumento per il calcolo, ma principalmente per la comunicazione». 8. RIAVVIA Un’intuizione che gli verrà particolarmente utile a partire dall’anno successivo. Ossia quello in cui la Apple lo riassume come amministratore delegato ad interim. In retrospettiva il purgatorio gli sembrerà una mano santa: «Non me ne accorsi allora, ma il fatto di essere stato licenziato da Apple era stata la miglior cosa che mi potesse succedere. La pesantezza del successo era stata rimpiazzata dalla leggerezza di essere di nuovo un debuttante, senza più certezze su niente. Mi liberò dagli impedimenti consentendomi di entrare in uno dei periodi più creativi della mia vita». Il ‘98 è l’anno dell’iMac, il primo computer allegro come un videogioco. Il 2001 è il turno dell’iPod. Il 2003 lancia l’iTunes Store che reinventa il mercato della musica. Il 29 giugno 2007 nasce il primo iPhone. L’iPad, nel 2010. Molto marketing, altrettanto mercato. Chi avesse investito 100 mila dollari in Apple
nel ‘97 ne avrebbe oggi circa 7 milioni. 9. SPEGNI Il 2011 è un anno sensazionale per la Apple. Il 10 agosto l’azienda diventa la prima al mondo quanto a capitalizzazione di borsa. Vale un sesto del Pil italiano. Jobs però ha trascorso la maggior parte dell’anno in congedo malattia. Il tumore al pancreas che gli avevano diagnosticato nel 2003 è tornato. Tre anni dopo l’ho visto da vicino all’inaugurazione del negozio sulla Fifth Avenue di New York. Indossava la consueta uniforme (Levis 501, lupetto nero di Issey Miyake, New Balance 991 ai piedi), ma sembrava che tutto gli fosse cresciuto addosso di una misura. Il 5 ottobre 2011 il suo cuore cessa di battere. 10. SALVA CON NOME Dicono, non so sulla base di quali testimonianze, che negli ultimi istanti tutta la vita ti scorra davanti come un film accelerato. Possiamo tirare a indovinare su alcuni fotogrammi. Le lezioni di calligrafia al Reed College e i vuoti di Coca Cola raccolti e restituiti per cinque cent a bottiglia. I sette mesi nell’ashram indiano e gli esperimenti con l’Lsd, «una delle due-tre cose più importanti che abbia fatto nella vita». L’indisponibilità assoluta a perdonare i suoi genitori biologici («Sono stati la mia banca del seme e degli ovuli. Niente di più») che l’avevano abbandonato. Il disconoscimento di paternità, poi revocato, nei confronti della primogenita Lisa. Non era un santo Steve Jobs, anche se una società sempre più infantilizzata e disperatamente bisognosa di guide, si è precipitata a cucirgli addosso l’aureola. Aveva però un enorme talento. Che, managerialmente parlando, si traduceva in una rara capacità di convincere e motivare. E quella di chiudere contratti vantaggiosissimi. Una propensione al rischio preternaturale, al punto di cannibalizzare i propri prodotti per crearne di nuovi ancora più entusiasmanti. Un perfezionismo al limite della psicopatologia. Se la sua eredità consistesse anche solo della frase seguente, frattale esistenziale che contiene tutto ciò che serve sapere, sarebbe già un gran dono: «Il vostro tempo è limitato, per cui non lo sprecate vivendo la vita di qualcun altro». Il bello è che, tra «discese ardite e le risalite», ha lasciato molto di più.

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