Per Facebook comincia una settimana calda. Giovedì si apre la prima finestra che permetterà, in diversi round nei prossimi nove mesi, a manager, dipendenti e investitori privilegiati, inclusa la banca d’affari Goldman Sachs, di vendere fino a 1,9 miliardi di azioni della società fondata da Mark Zuckerberg, finora vincolate nel tradizionale lock-up che viene chiesto in occasione della quotazione. Dopo aver perso oltre il 40% in appena tre mesi dal giorno del collocamento, il 18maggio scorso, a 38 dollari per azione, molti temono che la fine del «divieto» possa spingere molti investitori delusi a riversare sul mercato un’ondata di azioni, con il rischio di far cadere ulteriormente il titolo in Borsa. Attesa come l’Ipo dell’anno, lo sbarco di Facebook sul Nasdaq si è rivelata disastrosa: per le banche d’affari che l’hanno accompagnata, gonfiando troppo il prezzo di collocamento per gli investitori che, sognando un ritorno dell’euforia internettiana, hanno sperato di poterne beneficiare; e per il Nasdaq, a causa degli errori tecnici che hanno funestato il debutto.Ma, se la flessione del titolo in Borsa continuerà, la questione potrebbe toccare da vicino anche la società californiana, che potrebbe avere difficoltà ad attirare (o trattenere) i talenti, in un mondo, quello della Silicon Valley abituato ad e s s e r e compensato i n stock-option e benefit più che con i contati. Quando scade il lock-up, di solito, un segnale di fiducia arriva da alcuni top manager e membri del consiglio di amministrazione, che comprano azioni per dimostrare al pubblico di credere nella società. Così la settimana scorsa, il Ceo di Netflix, Peter Haastings, che siede nel board di Facebook, ha comprato azioni della società per un milione di dollari. Gli occhi del mercato sono puntati su grandi investitori, come Goldman Sachs, che controlla una quota valutata circa 900 milioni di dollari. Microsoft, che custodisce un pacchetto di 26,2 milioni di azioni, pari all’1,7% del capitale, probabilmente non approfitterà della finestra. Secondo una fonte citata da Bloomberg, il gruppo fondato da Bill Gates, considera la quota nel social network più che un investimento finanziario una scelta strategica. Per quella partecipazione Microsoft pagò 240 milioni nel 2007, quando l’intera Facebook era valutata 15 miliardi di dollari. Oggi quell’ 1,7% vale circa 566 milioni, ma per il gruppo di Redmont rappresenta un’arma anti Google. Le due società collaborano infatti per integrare alcune funzioni social di Facebook in Bing, il motore di ricerca di Microsoft, che vede nella società di Mountain View il suo maggiore concorrente. Ieri, in un mercato sostanzialmente piatto il titolo Facebook è sceso ancora, perdendo fin quasi l’1,5%, per poi chiudere in ribasso dello 0,95% a 21,60 dollari. E a poco è servito l’annuncio dell’ingresso nel board di Sheryl Sandberg, chief operating officer della società. Sandberg, 42 anni, a Facebook dal 2008, è la prima donna in un consiglio di amministrazione che finora includeva sette uomini. Probabilmente non era il segnale che attendeva il mercato, che vuole sapere invece da Mark Zuckerberg come farà a premere l’acceleratore sui ricavi, dopo la delusione dei risultati dell’ultimo trimestre. A fine luglio la società ha comunicato di aver chiuso il secondo trimestre con ricavi in salita del 32% a 1,18 miliardi, rispetto a un rialzo del 45% nel secondo trimestre 2011. E nonostante la società continui a fare utili, c’è chi comincia a sollevare dubbi sulla validità del suomodello di business, basato esclusivamente sulla pubblicità online. Forse è anche per questa ragione che la società di Menlo Park la settimana scorsa ha lanciato per la prima volta, per ora solo nel Regno Unito, un’applicazione per il gioco online con soldi veri. È un modo per diversificare le entrate e che potrebbe essere allargato ad altri mercati con partner diversi, a cominciare da Zynga, che già gestisce le app di gioco più popolari su Facebook e sta tentando, tra l’altro, di entrare autonomamente nel mondo del poker online tramite l’acquisto del poker network di Ongame. La vera sfida, però, è sui telefonini, come ha ribadito lo stesso Zuckerberg a fine luglio, senza doversi costruire in casa il proprio smartphone. Ma sul mobile i l social network è in ritardo rispetto ai concorrenti.

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