La musica techno di Paul Oakenfold scandisce il ritmo del Google party. Migliaia di ragazzi, fiumi di birra: potrebbe essere una megadiscoteca della riviera romagnola o di Miami, se non fosse per quel gigantesco serpente, replica elettromeccanica di un animale di 15 metri ormai estinto, che si muove al centro della sala, accudito da sette tecnici in camice bianco. O per i piccoli droni che ti volano sulla testa. Riprendono e trasferiscono sugli schermi le immagini di tech geek con sandali e zainetto, appena arrivati dall’ultimo seminario sullo sviluppo di Android, e di donne che indossano strane pellicce sintetiche luminose. Sparse qua è là, postazioni di videogiochi sofisticatissimi. Su un grande tappeto gonfiabile una compagnia di saltimbanchi digitali vestiti da toreri inscena una corrida con due tori meccanici. In un angolo altri tecnici giocano letteralmente a tamburello con due droni, facendo saltare dall’uno all’altro una pallina da ping pong. Ogni tanto incroci uno dei padroni di casa. Impossibile non riconoscerli: i manager di Google indossano gli occhiali elettronici appena presentanti alla «convention» con uno spettacolomozzafiato a base di paracadutisti, acrobati e scalatori scesi lungo le pareti di cristallo del centro congressi. Fino a ieri se ne parlava come di una stranezza futuribile: il sogno, o l’incubo, della «realtà aumentata ». Vai in giro e registri tutto quello che vedi e senti, altro che Almodóvar. Con le informazioni su ciò che hai davanti, come la traduzione di una scritta in arabo, trasmesse su un minischermo trasparente in un angolo del tuo campo visivo. Ma alla riunione annuale dei seimila ragazzi di tutto il mondo (compresi una decina di italiani) che offrono la loro linfa tecnologica a Google sviluppando applicazioni fantasiose, il «Project Glass» diventa qualcosa di concreto che comincia a entrare nella vita di alcuni di noi: un’élite di sperimentatori che si mettono in fila per acquistarli. 1500 dollari e consegna all’inizio del 2013. Perché, pur regalando ai vostri sviluppatori la tecnologia di oggi, il nuovo «tablet», gli fate pagare quella di domani sulla quale devono lavorare, aiutandovi col loro feedback? «Perché ognuno di questi oggetti è prezioso: a noi oggi costa 50 mila dollari. Se lo regaliamo diamo il messaggio sbagliato: non è roba che deve finire in un cassetto o su eBay» mi spiega Vic Gundotra, il vicepresidente che a 44 anni è già il «grande vecchio» degli ingegneri di Google (in mattinata aveva aperto lui la convention, assente per malattia il capoazienda, Larry Page). «È il cuore di un progetto da perfezionare» aggiunge. «Il prodotto finale farà molto di più e costerà infinitamente di meno ». Quanto? E quando arriveranno sul mercato questi Google Glasses? Gundotra non si sbilancia, ma il cofondatore Sergey Brin azzarda: «Nel 2014. A un prezzo che non sarà elevatissimo, ma comunque da prodotto “premium” ». Alla fine la convention del lancio del tablet «Nexus7» e di una raffica di altri prodotti come la sfera per lo streaming televisivo NexusQ fabbricata negli Usa o l’unità di computing ChromeBox — novità che trasformano sempre più la Google regina del software in industria (anche) manifatturiera—diventa il luogo della consacrazione del «computer da indossare»: una conquista per l’umanità secondo gli ingegneri di Google, un inquietante squarcio su un futuro che potrebbe essere quello dell’uomo bionico per chi ricorda l’antica aspirazione di Sergey Brin: vorrei poter impiantare un microchip con tutta la conoscenza del mondo direttamente nel nostro cervello. Spaventata dalla concorrenza sempre più aggressiva di Apple e Facebook — la prima coi prodotti di consumo più cool, l’altra dominatrice dei social network—Google flette i suoi muscoli tecnologici. E lancia sfide che, dall’auto che si guida da sola ai sistemi di traduzione automatica che tra sei anni saranno istantanei e anche vocali (la tue parole che entrano nello smartphone in una lingua e ne escono dopo un attimo di pausa in un’altra), promettono di avere un impatto enorme sulla società, dagli scambi tra culture ai cambiamenti nel mondo del lavoro. Alla «privacy» (gli occhiali che registrano tutto quello che vedi e senti). Qualche tech blog critico, pur ammirando la tecnologia di Google, denuncia i limiti del suo approccio ingegneristico. Che, scrive la rivista The Atlantic, non riesce a rendere Google+, la rete sociale del gruppo, un luogo caldo, che mette gli utenti a loro agio: «Entri e ti sembra di essere al seminario sbagliato in un albergo vicino all’aeroporto». Ma Google non si ferma: è lontanissima dai 900 milioni di utenti Facebook, ma è comunque arrivata a quota 170, anche se il tempo da loro trascorso in rete è bassissimo. Così come Apple, sempre più attiva nello sviluppo del software e nelle applicazioni che invadono il campo della società di Page e Brin, anche Google si sta convincendo che solo occupando tutti gli spazi, anche quelli manifatturieri, può prepararsi al meglio a un futuro che sarà, comunque, incerto per tutti. Da un secolo Ford e Fiat producono auto: certo, ora hanno il computer e il navigatore satellitare, ma hanno pure sempre quattro ruote un volante e una carrozzeria d’acciaio. Apple e Google non sanno cosa saranno fra vent’anni. E Facebook esisterà ancora come rete sociale o la gente emigrerà altrove? Google costruisce la sua polizza assicurativa moltiplicando l’offerta di prodotti scegliendo anche, come nel caso della linea Android, nomi accattivanti e ipercalorici: «Ice Cream Sandwich», «Cupcake», «Donuts». Il nuovo sistema operativo mobile si chiama «Jelly Bean», un tipo di caramelle gommose e il suo programma di sviluppo è stato battezzato «Progetto Burro». «Col vostro presidente, Eric Schmidt, che ha dato una mano fin dall’inizio all’amministrazione Obama e con la Casa Bianca trasformata da Michelle, crociata della lotta all’obesità, in una specie di fattoria biologica, non sarebbe più politically correct usare nomi come broccoli o rucola?». «Ma che scherzi? » risponde ridendo Hugo Barra, direttore della produzione di Android. «Ormai siamo sulla linea dei dessert goduriosi. Piuttosto non ce l’hai un bel nome italiano, tipo tiramisù?» Mi brucia sul tempo un giornalista turco: «Perché non baklava»?

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