La notizia è sfuggente, difficile da capire per chi non è un utente Facebook (in Italia, comunque, sono ben 21 milioni), ma è, a suo modo, dirompente. Nel week end appena trascorso il gigante delle reti sociali ha silenziosamente cambiato l’indirizzo di posta elettronica che ogni utente ha inserito nel suo profilo personale con uno della sua piattaforma @facebook.com. Dal punto di vista pratico, apparentemente cambia poco: al di fuori di Facebook ognuno mantiene i suoi vecchi indirizzi e chi gli scrive usando un’altra piattaforma, ad esempio quella Gmail di Google, ha comunque il modo di raggiungerlo nella sua pagina, anche se non più nella sua sezione principale. Eppure in rete è scoppiata subito la rivolta per l’ennesimo colpo di mano di Facebook, già messa più volte sotto accusa in passato per una serie di irritanti cambiamenti, soprattutto quelli delle impostazioni a tutela della «privacy», che hanno reso visibili a tutti informazioni e immagini che gli utenti volevano mantenere riservate o condividere con una cerchia limitata di amici. La domanda-chiave l’ha posta Gervaise Markham, il tech-blogger che col suo «post» di domenica è stato uno dei primi a dare l’allarme: «Chi controlla il modo in cui mi presento su Facebook? Adesso so che non lo controllo io». E la questione non è solo filosofica: ci possono essere vari inconvenienti pratici come una maggiore esposizione allo «spam» perché, spiega Steven Chapman su ZDnet, le mail inviate da una piattaforma non @facebook.com possono arrivare sotto la voce «altri»: un’area infestata di informazioni indesiderate. Dapprima Facebook non ha risposto alle richieste di chiarimento, poi ha messo in rete un messaggio difensivo nel quale spiega che una sua nota informativa (assai generica) del 12 aprile scorso aveva preannunciato cambiamenti come questo, con l’obiettivo di migliorare l’esperienza degli utenti. I quali, se lo vogliono, possono tornare all’assetto precedente. Ma quanti degli oltre 900 milioni di utenti Facebook si renderanno conto del cambiamento e ripristineranno la vecchia mail? In ogni caso, nel dibattito in rete, nessuno è stato in grado di identificare gli eventuali vantaggi per l’utente, mentre è chiaro che Facebook ha in mente una serie di benefici commerciali. Intanto rafforza la sua piattaforma di posta elettronica. Quando lo lanciò, nel 2010, il servizio @facebook.com fu descritto come il killer di Gmail, ma, in realtà, non èmai decollato. Adesso l’azienda fondata da Mark Zuckerberg (che da ieri ha per la prima volta una donna nel cda: Sheryl Sandberg, direttore operativo del social network e braccio destro dello stesso ad) cerca con questa mossa di rilanciarlo anche perché è spaventata dalla crescita prorompete del mercato della comunicazionemobile nel quale decine di milioni di «smartphone » escono dalla fabbrica col sistema mail di Google o Apple già installato. Per alcuni analisti, poi, avere nella pagina Facebook un maggiore volume di messaggi veicolati con la propria posta elettronica consentirà alla società californiana di avere più informazioni sugli utenti e di vendere meglio la sua pubblicità. La vicenda suggerisce due considerazioni. La prima riguarda la tenuta dello strumento email: data da anni per morente, destinata ad essere sostituita dagli «instant message» e dalle comunicazioni all’interno dei «social network», la posta elettronica deve essere, invece, viva e vegeta se Facebook rischia un altro grosso danno di immagine per allargarsi in quest’area. Facebook, comunque, ha fatto una scelta discutibile ma non particolarmente scandalosa: cerca, come hanno fatto prima altri giganti della rete — ad esempio Microsoft usando Windows come «ariete» o Google iscrivendo in automatico gli utenti Gmail alla sua rete sociale «sperimentale» Buzz — di utilizzare la parte più forte della sua piattaforma per risollevare quella più debole. Quando si usa un servizio gratuito, è meglio non farsi troppe illusioni: le imprese non solo filantropi, hanno bisogno di un «business model» efficace. E Facebook ha bisogno di nuove fonti di reddito nella lotta tra giganti con Google ed Apple. Lo spiega con molta chiarezza sul sito «Daily Beast» Hang Liu, manager dell’incubatore tecnologico Idealab: «Se usi un servizio gratuito, non sei più un consumatore, se tu il prodotto. Non so fino a che punto la gente se ne renda conto: nessuno è obbligato a usare qualcosa che non paga. Se lo fa, deve sapere che c’è qualcuno, da qualche parte, che sta cercando il modo di venderlo». Altro che buonismo del «tutto free».

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