Rho, via Valassa, veduta dall’alto. Le ragazze sono due, diciamo di strada. Lo scatto è ottenuto da una web camera. Ecco l’immagine manifesto di «Street View», nuova forma d’arte per la quale serve «occhio, cervello, telefono, scanner, punto di vista» , e che è stata appena presentata al Festival di Arles. «Nella nostra cultura digitalizzata globale» , si scrive nel manifesto, «la foto come è oggi è inadeguata, la camera digitale cambia il mondo» e lo cambia anche il sistema delle mappe che gira attraverso Google e dentro le quali possiamo entrare e trarre fotografie, sovrapporle, modificarle.

Ma è davvero nuova questa rivoluzione? Nella storia della fotografia, quando a cavallo fra XIX e XX secolo si confrontano la foto straight, realistica, e la foto pictorialist, si trasforma lo scatto diretto usando filtri speciali in ripresa o mezzi particolari in stampa, e si ottiene una immagine indeterminata, si scriveva «vera opera d’arte».

Nella ricerca delle avanguardie, alla Bauhaus per esempio, le sovrapposizioni di immagine, da Herbert Bayer a Moholy Nagy, sono all’ordine del giorno, e lo sono a Parigi le solarizzazioni di Man Ray che allora hanno trasformato il nostro modo di vedere il reale. Non parliamo poi dell’uso recentissimo dell’ingrandimento fotografico da scatti analogici o da filmati digitali per rileggere le immagini e proporle come «arte» . Ogni pochi decenni, adesso ogni pochi anni, una rivoluzione tecnica trasforma le scritture delle immagini.

Una parola sulla supposta democrazia del nuovo processo: negli Usa Kodak pubblicizzava la sua «camera» con uno slogan «schiaccia il bottone, al resto ci pensiamo noi» , mettendo chiunque in grado di documentare la propria esperienza. Dunque non dobbiamo dimenticarci che tutti sempre hanno una cultura dell’immagine, oggi costruita col web, con la tv, con altri mezzi. Nessuno è mai libero, tutti si opera in un sistema che ci propone precisi modelli. Lo fanno anche questi «fotografi» con queste nuove, certo interessanti «vedute di strada» .

Google Street

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