«Gli apparecchi potrebbero essere controllati con la voce attraverso un software simile al Siri della Apple» ha anticipato Baden. Un comando vocale simile, per quanto se n’è capito, a quello annunciato da Google poche settimane fa quando uno dei due fondatori, Sergey Brin, si è fatto vedere a una cena della Dark charity function, in San Francisco, con un prototipo. Immaginate un mondo di persone che interroga i propri occhiali per ottenere informazioni su poster, negozi, bancomat, distributori di benzina, ristoranti. O magari che si «assenta» con la popolare applicazione Angry Birds durante un meeting di lavoro. Qualcuno la chiamerebbe virtualità aumentata. Giocare con le declinazioni del futuro per ora resta un esercizio di fantasia. Il progetto di Luxottica è un dossier degli uffici di Ricerca e Sviluppo, in soldoni un tavolo con dei computer in mano a ingegneri e designer. Non se ne sa molto perché, probabilmente, non c’è molto. E anche il prototipo di Google, seppure accattivante, per adesso si sostanzia in un paio di brevetti. Diventerà mai realtà? «Oakley — ha confermato Baden — inizialmente potrebbe concentrarsi sugli atleti e sviluppare un prodotto simile per l’esercito americano attraverso la sua sottodivisione specializzata Eye Safety Systems». Il motivo è facile da capire. «Le prime versioni del prodotto potrebbero non essere economiche ». Un eufemismo. Anche se l’azienda ha già circa 600 brevetti sulla trasmissione dati agli occhiali, i prototipi richiederanno enormi investimenti e le commesse militari e del mondo dello sport aiuteranno la fase iniziale. In ogni caso non è detto che si riesca a superare la barriera tecnologica insita nello sviluppo di questi nuovi hardware portatili. Non è la prima volta che si tenta di avvicinare agli occhi e al cervello, la parte più delicata dell’essere umano, un apparecchio che richiede peraltro collegamenti come il Bluetooth o il Near Field Communication (Nfc), una nuova tecnologia wireless bidirezionale. Senza contare il nodo dell’ottica che, non a caso, Google si è guardata bene dall’affrontare (il prototipo è un occhiale senza lenti). Proprio per questi motivi è possibile ipotizzare una partnership tra Google che metta la tecnologia e Luxottica che metta l’esperienza ottica. «Le persone fanno attenzione ai particolari quando indossano qualcosa in faccia e noi potremmo creare un ponte con qualche azienda tecnologica» ha detto il manager Usa, senza però citare Google. Non sarebbe il primo accordo di questo genere. Proprio la Oakley, che nel 2004 aveva già lanciato un modello con Mp3 incorporato, nel 2010 presentò con Dreamworks, major dei film d’animazione, l’occhiale 3D. Per il lancio si spesero Guerra e il numero uno della Dreamworks, Jeffrey Katzenberg. La finalità di queste partnership non è solo la condivisione degli enormi costi ma anche delle specializzazioni. Luxottica, in quel caso, lavorò a un occhiale 3D che evitasse il fastidioso, per alcuni insopportabile, effetto «nausea» dei modellini usa e getta da cinema. E in questo caso la sfida è convincere le persone, anche senza difetti alla vista, a portarli durante buona parte della giornata. Passeremo dal social al glass network?