Ormai è come il famoso quesito posto dalla Sfinge: quanto vale Facebook? Il prezzo giusto nelle ultime ore sembra essere 70 miliardi. La valutazione emerge dalle 225 mila azioni nel social network da 700 milioni di utenti acquistate a un prezzo medio di 29,85 euro dal fondo di investimenti Gvs Capital Corp. Il passaggio del pacchetto— in realtà piccolo per essere usato come metro di valutazione dell’intero gruppo che è atteso in Borsa nel 2012— è stato comunicato ieri dallo stesso fondo californiano. Nelle ultime settimane alcuni osservatori del mercato interrogati dal Wall Street Journal avevano ipotizzato che il valore del social network potesse toccare cifra tonda: 100 miliardi di dollari (in pratica oltre quattro volte l’Ipo di Google). Se così fosse Gvs avrebbe concluso un affarone. Ma facciamo un po’ di ordine. La precedente valutazione basata sull’acquisto di vere azioni era quella di Goldman Sachs che aveva acceso la speculazione sull’Ipo costituendo un veicolo speciale per i propri clienti. Dal 5%acquistato dalla banca d’affari con Digital Sky a mezzo miliardo era stato desunto un valore di 50 miliardi. Chiaro però che chi acquista prima di un’Ipo lo fa per guadagnarci e, dunque, il valore dello sbarco in Borsa dovrà essere maggiore di 50 miliardi a meno che Goldman non abbia perso il proprio tocco magico; maggiore di 70 se anche Gvs ha visto giusto. Per adesso tutto ruota intorno a un numero: 6 minuti e 21 secondi al mese. È la media dei minuti passati dagli utenti Usa nel mese di maggio su Facebook. Anche qui, tanto per avere un’idea, quel numero scende a 2 minuti e 8 per Yahoo; 1 e 23 per YouTube; 1 e 20 per Msn-Bing e 1 e 20 per Google. L’industria pubblicitaria è elettrizzata. Gli esperti di Facebook stanno cercando di capire come evitare che il sito diventi il più grande canale di «spam» che sia mai esistito. I grandi investitori fanno i conti. I piccoli stanno a guardare. All’Ipo l’ardua sentenza. © RIPRODUZIONE RISERVATA Danilo Coppola va online (m. sid.) Danilo Coppola secondo Danilo Coppola. In attesa dell’uscita a settembre della sua biografia «L’Outsider» , Coppola va online con il suo www. danilocoppola. it. Non che l’immobiliarista, noto per la partecipazione alle scalate Bnl e Antonveneta con Stefano Ricucci, voglia adesso aprire la propria «dotcom» . Si tratta solo del progetto editoriale per il rilancio della propria immagine. Certo, tutto secondo Danilo Coppola: spazio ai fans. © RIPRODUZIONE RISERVATA Cesario, sfida italiana a Starbucks (giu. fer.) Parte da Milano la sfida a Starbucks nel Mediterraneo. Si chiama «Franco Gelato &Caffé» e ha l’ambizione di offrire «il migliore gelato artigianale italiano e il più gustoso dei caffè italiani del mondo» la catena di gelaterie e caffetterie d’alta gamma, che ha già 6 caffetterie in Libano e due in Tunisia, oltre a due grandi laboratori, e prevede di aprire 90 negozi nei prossimi 5 anni. Con questo business plan, il fondatore e ceo Francesco Cesario, ex responsabile di Delsey, ex ceo di Timberland Europa e, per una breve parentesi, ad di Trussardi, ha convinto Euromed, il fondo di private equity di Finlombarda Sgr, a rilevare, il 40%del capitale, con la possibilità di salire fino al 57%nel 2014, quando scadrà il prestito convertibile in equity. Cesario è il secondo azionista con il 26%, un gruppo di investitori libanesi detiene il 15%, mentre il resto fa capo a investitori italiani. La catena si chiama Franco, perché «uno studio di mercato ha rivelato che nel mondo arabo i due nomi considerati più italiani sono Nando e Franco. Nando era già stato preso da una società portoghese, quindi ci è rimasto Franco, un nome corto che evoca significati positivi anche economicamente, penso a portofranco, ma è anche sinonimo di libertà» , spiega Cesario, che prima di tuffarsi nel mondo della gastronomia ha seguito i corsi per diventare gelataio della Carpigiani Gelato University e ha fatto qualche mese di gavetta nei bar. I negozi libanesi (di proprietà), sono già a regime e hanno un giro d’affari di circa 700 mila euro all’anno. Con un partner locale al 20%, ora partono invece i negozi tunisini, a causa del ritardo provocato dalla rivoluzione araba, che ha fermato anche i progetti in Egitto. L’obiettivo è di aprire una dozzina di caffetterie entro la fine dell’anno, con la creazione di un centinaio di posti di lavoro. Turchia e Marocco sono le prossime mete, ma ci sono già contatti anche negli Emirati, in Giordania, Oman e Qatar. A regime, fra 5 anni, con 90 negozi aperti anche in franchising, Cesario punta a un fatturato tra i 7 e i 9 milioni, contrapponendosi alle catene inglesi Caffè Nero e Costa Café, ma anche all’americana Starbucks.

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