Metodo Google, potremmo chiamarlo. Il motore di ricerca, fondato da Sergey Brin e Larry Page, gestisce circa la metà delle ricerche su Internet che si fanno ogni giorno nel mondo, rispondendo a trentacinquemila domande al secondo. Le mappe del sito, così come il servizio Earth, consentono di girare il pianeta con gli occhi stando seduti a una scrivania: Nero Wolfe, il grande detective creato da Rex Stout che ogni sera scorreva le pagine dell’atlante, ne sarebbe deliziato. Nella sostanza Google fa, a ultravelocità, più o meno la stessa cosa che facevano gli Assiri circa tremila anni orsono: ovvero gestisce i metadati, che sono le informazioni sulle informazioni. Gli antichi catalogavano le tavolette di argilla usando appositi segni di riconoscimento, Google ha inventato un algoritmo altrettanto geniale che permette di scovare miliardi di aghi in quell’immenso pagliaio globale che è Internet. Perché ne parliamo? Perché sempre di più chi usa le informazioni si sente sommergere da un vero e proprio diluvio di dati. E non riesce a capire se è un bene o se è un male, sentendosene al tempo stesso esaltato e frustrato. Non è un fenomeno di élite, perché le informazioni sono il pane quotidiano dell’economia, della cultura e della società. Inoltre, in un modo o nell’altro, Google è diventato uno strumento essenziale per chi, in particolare, le informazioni maneggia e di informazioni campa: gli studenti, gli insegnanti, ma anche gli imprenditori, gli uomini della finanza, i ricercatori, i giornalisti, gli scrittori, insomma le rotelle piccole, medie e grandi che fanno girare la macchina del vivere contemporaneo. Ma dietro la sua facilità apparente, che lo rende simile a un manuale delle giovani marmotte capace di rispondere istantaneamente a ogni quesito, Google nasconde qualche insidia che è bene rammentare. Da un lato, la ricerca di dati viene semplificata, perché tutto è facilmente accessibile, almeno in apparenza. Dall’altro, la vita si complica perché, ogni volta che «googliamo» , dobbiamo distinguere i materiali pregiati da un mare di scorie di scarso valore. E, mentre vediamo scorrere sotto gli occhi migliaia di righe, immagini e suoni, abbiamo una specie di visione che si potrebbe condensare in un disegno: il profilo di un omino sotto una pioggia battente di numeri e parole, che lui raccoglie con un ombrello rovesciato per poi bagnare la sua personale pianticella del sapere. Ma andiamo sul concreto: gli studenti universitari, grazie a Google, realizzano tesi migliori? I giornalisti scrivono articoli più documentati? Gli scrittori costruiscono storie più avvincenti? Giulio Giorello, filosofo e matematico, ritiene di sì, pensa che questo miglioramento complessivo sia già in corso; e aggiunge, con un sorriso, che i nuovi media tendono a esaltare i pregi e i difetti delle persone: i creduloni (lui per la verità dice «boccaloni» ) si rivelano ancora più creduloni perché, come dicono gli irlandesi, si bevono il cammello insieme alla birra; e gli intelligenti diventano, forse, ancor più intelligenti. La prima delle virtù che si richiedono al bravo «minatore di dati» è infatti questa: la diffidenza, una caratteristica che si richiede anche al buon giornalista. Magari con un pizzico di cinismo, se non proprio una manciata. «Molti dei miei studenti— dice l’epistemologo— riescono a usare le tecnologie in modo abile e critico, ottenendo una qualità di risultati che s’innalza man mano che dalle tesi triennali, essenzialmente compilative, si sale al livello delle specialistiche e al dottorato. Verso il sito Wikipedia, per esempio, i più bravi tendono a sviluppare un atteggiamento sanamente circospetto e sono di solito abbastanza svegli da sospettare l’imbroglio» . Wikipedia è un caso interessante: come certi partiti politici, che molti votano ma pochi confessano di votare, molti lo usano— dai giornalisti ai professori— ma pochi lo ammettono. L’enciclopedia online è forse il simbolo dell’ambiguità internettiana. Piena di errori, omissioni, talvolta vere e proprie falsità, è al tempo stesso uno strumento utile, a patto che lo si sappia usare, confrontandone le informazioni con quelle prodotte da altre fonti o utilizzandolo soltanto come piattaforma di lancio verso ricerche più accurate. Internet in effetti si dimostra utile in molti casi tra loro assai diversi: quando si è all’inizio di una ricerca e si raccoglie il materiale preliminare; quando, al contrario, si insegue un obiettivo preciso; oppure quando si vuole verificare la correttezza di un termine, di una citazione, di una data. Da tutto questo emerge anche la seconda virtù che un buon «googlista» deve possedere: il metodo. Tutti hanno sperimentato che andando in cerca di una cosa se ne trova un’altra e poi un’altra ancora e in questo modo ci si distoglie, ci si distrae, si smarrisce la strada, si perde tempo, si dissipano energie mentali e si finisce per vanificare il vantaggio iniziale della rapidità. In alcuni casi il diluvio provoca una specie di pantano mentale, dove tutto si confonde e sembra uguale a tutto. Una specie di momentanea eclissi della mente. «Ciò che limita il vero— dice Giorello citando il matematico francese René Thom— non è il falso ma l’insignificante» . Insegnando logica e filosofia della scienza sia alla facoltà di Lettere e filosofia della Statale di Milano sia ad Architettura presso lo Iuav di Venezia, lo studioso confronta l’approccio umanistico e quello scientifico. «A Venezia— dice— ho visto usare i nuovi media con un atteggiamento che mi è sembrato più aperto e cosmopolita. Sicuramente contribuisce il fatto che alcuni di quegli studenti vengono da zone del mondo dove non c’è democrazia e dove quindi Internet è visto come un vasto, eccitante e fantastico territorio di libertà» . Un altro modo di guardare il «metodo Google» è quello di Giulio Sapelli, storico dell’economia e brillante polemista, che si concentra sul tema della corrispondenza tra mezzi di comunicazione vecchi e nuovi. La sua tesi è che i nuovi media non siano né possano essere strumenti alternativi a quelli tradizionali, ma piuttosto canali integrativi di conoscenza, in formidabile espansione. «Il libro — dice Sapelli — resta un’esperienza insostituibile e non solo per me ma anche per i miei studenti. Così come restano insostituibili la lezione frontale e il dialogo, individuale e collettivo, tra studenti e professori» . È la stessa ragione, osserva Sapelli, per cui una conference call (più persone in collegamento audio e video), peraltro utilissima in molte occasioni, non può sostituire del tutto la riunione in cui ci si guarda negli occhi, ci si conosce, ci si scambiano messaggi più profondi. «Non lo dico perché legato a vecchi modi di comunicare, al contrario: la nascita delle idee è un fatto anarchico, fisico, i progetti migliori nascono davanti alla macchina del caffè o, ancor meglio, a un bicchiere di vino. Se dovessi tradurlo in uno slogan direi che non si può sostituire la Silicon Valley con il Gosplan sovietico» . Dopo l’esortazione a essere diffidenti verso le fonti sospette e disciplinati nel metodo della ricerca, Sapelli suggerisce una terza indicazione di rotta. Cercare su Internet, sì, ma in modo integrato, cioè rivolgendosi a più fonti che possano aiutare nella navigazione: un esperto, un buon libro, un giornale di cui ci fidiamo, un sito di cui abbiamo avuto modo di verificare in più occasioni l’affidabilità. Senza dimenticare che in questa fase storica — come scrive il tecnologo Clay Shirky nel libro Cognitive Surplus — le tecnologie rendono più facile l’accesso, ma inizialmente possono far scendere il livello qualitativo medio delle informazioni. Attenzione però: non stiamo parlando di un argomento che riguardi soltanto i cosiddetti lavoratori della conoscenza. La necessità di trovare informazioni pregiate è qualcosa che interessa tutti. Nell’era del diluvio informativo, com’è quella in cui siamo entrati, non serve soltanto un ombrello per ripararsi, bisogna anche saper cogliere le opportunità che s
i aprono per la nostra vita di relazione. In una parte del pubblico, ad esempio, è sempre più avvertita l’esigenza di trovare elementi utili non tanto allo studio o agli affari quanto, semplicemente, alla formazione di un’idea propria, documentata, non banale sugli argomenti di attualità. Pur in un mondo di relazioni sempre più mediate dalla virtualità o forse proprio per questo, diventa rilevante, per alcuni, la capacità di affrontare una conversazione portando un proprio punto di vista interessante e originale. È anche in questa direzione che si muovono gli interessi e gli studi del team guidato da Beppe Richeri, economista e storico dei media, all’Università della Svizzera italiana di Lugano. Richeri riassume dicendo che il «metodo Google» cambia la fabbrica della conoscenza in due modi. Il primo è la pura energia fisica che le persone spendono a incamerare una maggiore quantità di dati (il surplus cognitivo, appunto). Il secondo è lo sforzo profuso nel valutare l’attendibilità delle fonti. «Spesso — precisa — sono fonti acefale: non si sa chi ha scritto che cosa, da dove viene un documento, chi lo ha veicolato e perché. Non c’è l’aiuto di un editore di libri o di giornali, che professionalmente certifica la qualità, l’onere della scelta spetta all’utente. A volte, sono dati privi di metodologie verificabili e corrette, altre volte sono proprio dei falsi» . Richeri ritiene che il diluvio dei dati sia appena iniziato. È un cambiamento profondo e imponente, dove le opportunità superano i rischi, ma che richiede adattamenti culturali, nuove competenze, nuove sensibilità. Come escludere per esempio che, in prospettiva — accanto ai media tradizionali, ai libri, ai giornali, alle tivù— nascano nuove figure di «scavatori» specializzati? O di «verificatori» di dati? Già stanno nascendo. È attraverso questo passaggio che si arriverà, probabilmente, a forme inedite di informazione professionale realizzata per specifiche fasce di pubblico se non proprio per il singolo «lettore» (se vogliamo ancora chiamarlo così). La prospettiva cambia completamente se da un osservatorio occidentale ci si sposta all’Asia. Richeri è stato recentemente nominato direttore di un osservatorio internazionale dei media all’interno della Communication University of China di Pechino, dove si analizzano giornali, televisioni e siti Internet di tutto il mondo. «Quello che noto — racconta — è che all’interno dei nostri gruppi di lavoro c’è molta libertà, si discute di tutto. Studenti e docenti per esempio si rendono perfettamente conto che l’Occidente critica la Cina per la mancanza di libertà. Ma vedono l’evoluzione democratica del Paese e del suo miliardo e mezzo di persone in un orizzonte diverso dal nostro, consapevoli che il processo avrà bisogno del suo tempo» . Viaggiando nel passato, Giorello paragona il periodo che stiamo vivendo alla prima metà del Seicento inglese, quando si aprì una finestra di fervore politico, religioso e libertario che produsse la diffusione di una stampa popolare a metà tra il religioso e il politico. Resta celebre il caso dei puritani che si infilavano questi libretti, polemici verso la Chiesa d’Inghilterra, sotto la fibbia del cappello. «Anche allora— dice il filosofo— i depositari della cultura tradizionale protestarono. Ma io credo avesse ragione Hume quando diceva che chi si batte per le proprie libertà si batte per le libertà di tutti» .

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