Un simpatizzante neonazista si collega a Internet e decide di condividere sul web la sua passione per Adolf Hitler. “Cinguetta” in 140 caratteri su Twitter il suo messaggio. E questo scompare automaticamente dal sistema, almeno in Germania e in Francia, Paesi dove è più severa la repressione del reato di apologia del nazismo. Lo stesso accade anche a migliaia di chilometri di distanza, nella Teheran di Ahmadinejad. In Iran la censura tecnologica colpisce però un attivista per i dirittiumani, che voleva denunciare ai propri connazionali i crimini compiuti dal regime, sempre con un “tweet”. SÈcene telematiche simili potranno verificarsi anchein altri luoghi del pianeta, in Paesi poco democratici che hanno interesse a zittire le voci del dissenso. Il tutto grazie a una decisione di Twitter, l’azienda di San Francisco che ha inventato uno strumento divenuto fondamentale per gli internauti, ma anche per giornalisti, oppositori e attivisti, dalla “Primavera araba” a “Occupy”. Un servizio di “social network” libero che permette a tutti di esprimere in poche frasi sentimenti. O di divulgare notizie che i media tradizionali ignorano. Nonsarà più così. Ieri, con un comunicato sul blog ufficiale di Twitter, la “Dot-com” Usa ha annunciato: «Con la nostra crescita internazionale, sbarcheremo in Paesi che hanno visioni diverse sui contorni della libertà d’espressione. In alcuni, le differenze con le nostre idee sono talmente grandi che non ci sarà possibile stabilirvisi», puntualizza la dirigenza di Twitter, forse riferendosi al grande mercato cinese dove i “cinguettii” sono stati bloccati dal 2009. Ma la nuova versione edulcorata e autocensurata su base geografica potrebbe piacere anche a Pechino o in Medio Oriente. Se finora «l’unico modoper rispettare i limiti di quegli Stati era di rimuovere i contenuti globalmente», si legge infatti nel comunicato, da ieri esiste la capacità tecnica di rimuovere i messaggi «di utenti in uno specifico Paese, lasciandoli a disposizione nel resto del mondo». In pratica, tornando al caso del neonazista, nessuno in Germania o in Francia potrà più leggere i suoi “pensierini” razzisti, mentre al di fuori di quegli Stati sarà possibile. «Non abbiamo ancora fatto ricorso a questa capacità», spiegano da Twitter, «ma se e quando ci sarà richiesto cercheremo di informare» l’utente censurato e «segnaleremo chiaramente quando il contenuto è stato bloccato». Le autocensure su richiesta delle autorità, di grandi case discografiche e multinazionali – un cammino già intrapreso da Google – saranno rese pubbliche «per trasparenza» sul sito Chilling Effects. Sul quale già oggi ci sono migliaia di pagine di istanze – esaudite – di rimozione di “tweet” che contenevano link a video o mp3 pirata. «Uno dei nostri valori fondamentali è il rispetto e la difesa della voce degli utenti. Cercheremo di continuare a mantenere inalterati i contenuti dove e quando potremo», questa l’ultima promessa. Ma la rivolta sul web è già partita con l’hashtag #TwitterCensored. «Il suicidio sociale di Twitter», scrive l’utente Steve Herman. «Mai più tweet delle rivoluzioni», aggiunge un altro. «Twitter censura e noi andremo da qualche altra parte », twitta Abdul Rahman. Gli hacker di Anonymous raccontanoinvece del concreto interesse verso Twitter di un principe arabo e delle somme da lui investite, suggerendo: «Ma cosa pensavate che accadesse dopo che i sauditi hanno speso 300milioni di dollari in Twitter?». A pensar male, a volte, s’indovina.

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